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22 maggio 2015

Apotheon - Recensione

Il concetto di arte, è un concetto alquanto sottovalutato. Praticamente ogni qual volta si parli di design, di pittura, scultura o architettura, si nomina sempre l'arte e così facendo si attribuisce particolare importanza a ciò che di importante in fondo non contiene proprio nulla. Tutto quello che ci passa sotto gli occhi, tutto ciò che di disarmonicamente estroso o ridondante ci viene propinato come capolavoro artistico, come nuovo standard da registrare in un qualsivoglia ambito, non è altro che mero soggettivismo. Il tentativo di stupire, è soggettivo. Il tentativo di esaltare, è soggettivo. Il tentativo di intrattenere è quasi sempre una messa in opera della nostra soggettività. Come nell'arte, anche nel mondo videoludico si studia la massa, viene reso statistico ciò che piace, ed in base alla percentuale di apprezzamento si tende a presentare prodotti sempre della stessa fattura, fino a che il trend di gusti non tornerà a virare su altro. L'arte perciò, la creatività geniale, perde senso e si spoglia di significato, ovunque ormai. L'oggettività di un'opera, quel fattore che matematicamente riproduce sempre la stessa impressione nei confronti di chi la osserva, quella scientificità di significato, non viene più seguita, non viene più colta, lasciando spazio ad un tentennamento di interpretazioni, di giudizi accidentali e per niente formulati con giusta comprensione. Alientrap Games, attraverso il loro lavoro portato avanti per ben quattro anni, rivelano ai pochi in grado di coglierne l'innata essenza, un'opera che si avvicina di gran lunga al livello di purezza appena citata. Plasmano attraverso la loro tecnica un ponte che rilega racconti epici e sacri ad un celebre antico medium quale il vaso melanoforme greco, modellando ad opera per noi Apotheon.

6 novembre 2014

Dust: An Elysian Tale - Recensione

L'industria videoludica è capace di regalare, di tanto in tanto, a ciascun videogiocatore, intere ore ben spese difronte titoli importanti e d'alto calibro. Tuttavia, molto spesso certi videogiochi, prima di concretizzarsi in certezze da poter inserire nella nostra console, vagano sotto forma eterea nella dimensione d'aspettativa sostentata dall'hype generale. I prodotti che vorremmo avere subito purtroppo tardano sempre di più a disporsi ordinatamente sugli scaffali dei negozi, le notizie a riguardo sono sempre poche, e non raramente ci si ritrova con veri e propri buchi, se non crateri, di mancanza di divertimento. Mesi sterili come questi che sono passati, dopotutto, ci hanno fatto trepidare in attesa di nuovi rilasci che oramai si accalcano tutti entro lo stesso mese (o periodo di chiusura fiscale), spingendo talvolta le case di sviluppo a spostare le prefissate date di lancio. Fortunatamente esistono gli indie, giochi di produzione indipendente che non soffrono di politiche commerciali troppo fiscali, e che per questo sono capaci di sorprenderci positivamente, dal momento che non ci saremmo mai aspettati un nuovo gioiello tra le mani, degno d'esser spolpato con tutto l'amore possibile, in un periodo tanto buio. Nel mese di ottobre, su Playstation Plus, ci siamo imbattuti in Dust: An Elysian Tale ad opera degli Humble Hearts, ed oggi ve ne parleremo.

29 giugno 2014

Hotline Miami - Recensione

Un pilota alla Ryan Gosling di Drive, una dimensione onirica lynchiana alla Inland Empire - L'impero della mente ed una violenza inaudita, nuda e cruda che eguaglia quella raccontata da Kubrick in Arancia Meccanica. Ora amalgamate per bene gli elementi, lasciateli raffreddare ed infine tritateli spietatamente sino a raggiungere la più fine delle polveri, la più elementare delle forme in computer grafica, il pixel. Ognuno di questi pomperà di linfa propria, di una energia possente e straripante, e solamente attraverso le menti della coppia Dennaton Games questi potranno esser riordinati per dare vita ad un prodotto, quale Hotline Miami, che necessita di spappolameti cranici e cazzotti sulle gengive per potersi autobilanciare in tutta la sua cosmica natura eruttante.
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